lunedì 8 febbraio 2010

ORA DI RELIGIONE I


Inizio qui, in parallelo con gli interventi nel blog, una sorta di “catechismo senza imprimatur” che riassume le principali contraddizioni e falsità del cattolicesimo analizzate ne Il cattolicesimo reale.

Lezione I. Dove vanno i bambini morti senza battesimo?
Per il Catechismo romano del 1566, edito sotto l’autorità del Concilio di Trento, “il Battesimo è necessario a tutti, senza eccezione. Lo ha dichiarato Gesù stesso: Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5)”.
Senza battesimo non c’è salvezza. Dal Battesimo sacramentale, somministrato con l’aspersione dell’acqua e pronunciando la formula di rito, non sono esentati neppure i bambini poiché, spiega il Catechismo romano, hanno contratto il peccato originale e “dovranno conseguire la grazia della rinascita per entrare nel regno della vita; il che, senza Battesimo, non può avvenire” (corsivo nostro). I bambini morti senza battesimo, quindi, vanno all’Inferno.
Questa dottrina fu professata ininterrottamente dalla Chiesa per secoli. Secondo Agostino “i bambini che muoiono senza il battesimo si troveranno nella condanna…benché mitissima” (a paragone degli altri dannati). Nel 418, al XV sinodo di Cartagine, papa Zosimo condannò Pelagio, per il quale anche i bambini morti senza battesimo si salvano: “se qualcuno afferma… che nel regno dei cieli ci sarà qualche luogo posto nel mezzo o un luogo altrove, dove vivono come beati gli infanti che trapassarono da questa vita senza battesimo…sia anatema; chi manca della parte destra, senza dubbio finirà in quella sinistra”. Questa fu una delle eresie per cui nel 1382 fu mandato al rogo Wycliff.
La convinzione che senza battesimo non c’è salvezza fu ribadita da vari papi (Gregorio I, Innocenzo III, Eugenio IV, Pio XII) e non fu senza conseguenze pratiche. E’ uno dei motivi per cui la Chiesa condannò con particolare violenza l’aborto che, non permettendo il battesimo del feto, “esclude dalla beata visione di Dio un’anima creata a sua immagine” (Sisto V, Effraenatam, 1588). Costò inoltre la vita a molte donne poiché la Chiesa ordinava di far nascere un bambino ad ogni costo, anche se si sapeva che sarebbe morto subito dopo e che il parto avrebbe comportato la morte della madre, pur di tenerlo in vita il tempo sufficiente a battezzarlo. Fra la vita spirituale del feto e quella materiale della madre, avvertiva Alfonso de’ Liguori, bisogna scegliere la prima.
Compare il Limbo. Durante il Medioevo però, insieme all’idea di un luogo di espiazione transitorio – il Purgatorio –, cominciò ad affermarsi quella, che ebbe vita assai confusa e tribolata, di un altro luogo intermedio: il Limbo. Esso viene descritto nel Supplemento della Somma teologica distinguendo un “limbo dei fanciulli”, dove starebbero in eterno i bambini morti senza battesimo, e un “limbo dei patriarchi”, dove stavano i santi patriarchi morti prima di Cristo, finché non furono liberati da lui. Il Catechismo romano del Concilio di Trento, tuttavia, nel dichiarare “verità di fede” sia l’esistenza del Purgatorio, sia la discesa di Cristo agli inferi (§ 69, 70), parla solo del Limbo dei patriarchi, definito una “parte dell’Inferno” (come il Purgatorio, del resto).
Nel 1794 invece Pio VI affermò l’esistenza d’un “limbo dei fanciulli”, sempre come parte dell’Inferno, dichiarando “falsa e temeraria” la dottrina che lo negava, e lo descrisse come un luogo dove non c’è la pena del fuoco ma solo la mancanza della visione beatifica. Analoga definizione ne diede nel 1912 il Catechismo della dottrina cristiana di Pio X, che però lo riconobbe come luogo distinto dagli altri, a se stante. Alla domanda “I bambini morti senza battesimo dove vanno?”, il Catechismo di Pio X risponde: “vanno al Limbo, dove non è né premio soprannaturale né pena; perché, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l’inferno o il purgatorio”.
Viene così rifiutata la formula dicotomica di Zosimo secondo cui “chi manca della parte destra, senza dubbio finirà in quella sinistra” e cui si doveva credere sotto pena di anatema. Si potrebbe certamente sostenere – come con qualche sottigliezza teologica alcuni hanno fatto – che non c’è contraddizione ma continuità con la dottrina tradizionale, poiché resta fermo che nel Limbo manca la visione beatifica e ciò in ultima analisi corrisponde alla condanna “mitissima” di cui parlava Agostino. Resta il fatto che prima si credeva che tale pena venisse scontata all’Inferno, poi in un Limbo che era sua parte. Adesso si crede che il Limbo sia un “luogo” distinto e diverso dall’Inferno.
Senza battesimo (forse) si può salvarsi. In ogni caso anche questa ipotetica continuità viene meno con il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, approvato da Giovanni Paolo II. Qui si afferma, in conformità alla tradizione, che “i bambini hanno bisogno della nuova nascita nel Battesimo per essere liberati dal potere delle tenebre”. Ma si aggiunge poco dopo, in contrasto con essa (corsivo nostro): “la grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini e la tenerezza di Gesù verso i bambini… ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo”.
A tale speranza aveva già aperto la strada nel 1986 l’allora presidente dell’ex-Santo ufficio Ratzinger, affermando che il Limbo era solo una “ipotesi teologica”, benché nel 2003 dichiarasse che “conserva sempre il suo valore” il Catechismo di Pio X, in cui il Limbo è proposto come verità da credere.
Il 21 aprile 2007, infine, un documento della Commissione teologica internazionale, approvato da Benedetto XVI, tende a escludere che i bambini non battezzati vadano all’Inferno e torna a declassare il Limbo ad “ipotesi teologica” superata, attribuendo (corsivo nostro) “serie basi teologiche e liturgiche alla speranza che i bambini morti senza battesimo siano salvi e godano della visione beatifica”.
“Mai è stata detta, mai si dice, mai certamente si dirà una tale sciocchezza nella Chiesa del Cristo”, aveva esclamato Agostino di fronte a una tale ipotesi. Ma si è dimostrato cattivo profeta…
 Quanto alla Commissione teologica, per conciliare la sua “speranza” con una dottrina che diceva il contrario, è ricorsa a vari contorsionismi teologici concludendo (corsivi nostri): “Nella tradizione della Chiesa, l’affermazione che i bambini morti senza Battesimo sono privati della visione beatifica è stata per lungo tempo ‘dottrina comune’…ma non possedeva la certezza di un’affermazione di fede”.
E adesso?
- Come si può sostenere che il Limbo è solo una “ipotesi teologica” se viene proposto nel Catechismo della dottrina cristiana in cui Pio X afferma di aver “esposte con molta semplicità le capitali verità divine” e dato che ogni catechismo, secondo Giovanni Paolo II, vuol essere una “esposizione completa ed integra della dottrina cattolica” (Laetamur Magnopere, 1997)?

- Dobbiamo credere che i bambini morti senza battesimo vanno all’Inferno secondo quanto insegnato nel Catechismo romano di Pio V? O che vanno al Limbo, ma sono comunque privati della visione beatifica, come insegna il Catechismo di Pio X? O dobbiamo sperare che entrambe  queste affermazioni siano sbagliate, e che quindi  tutta la cattolicità fino ad oggi sia caduta in errore?

- Ma chi ci garantisce, allora, che domani non ci sarà data un’altra versione ancora? Se quanto papi e concili hanno imposto di credere a milioni di fedeli, colpendo con l’anatema e il rogo chi pensava il contrario, non è più da ritenersi vero, o quantomeno certo, come si può dire che la Chiesa è “colonna e sostegno della verità”, e maestra infallibile di fede e di costumi?

* Per una più ampia documentazione v. La comparsa e la scomparsa del Limbo, in Il cattolicesimo reale, pp. 457-463.

lunedì 18 gennaio 2010

Un Pio XII in più o tre papi in meno?

La visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, il 17 gennaio scorso, e la sua solenne promessa “mai più antisemitismo”, non hanno posto fine a malumori o diffidenze della comunità ebraica, e a persistenti dubbi sull’opportunità di elevare Pio XII all’onore degli altari. Ma, a conti fatti, badando cioè ai comportamenti dei papi verso gli ebrei, l’autocritica della Chiesa non dovrebbe essere ben più sostanziale, e includere la rimozione da quegli stessi altari almeno di Leone I, Pio V e Pio IX?

Maledetti da entrambi i Testamenti
Risale al V secolo la prima manifestazione di antisemitismo da parte non di un cristiano più o meno autorevole ma del vicario di Cristo in terra. Essa si deve a Leone I Magno, il papa che secondo la leggenda avrebbe salvato Roma da Attila, che nei suoi Sermoni, ricorda così la crocifissione di Gesù: «Quella mattina il sole, per voi ebrei, non è sorto ma tramontato. Ai vostri occhi non si mostrò la luce normale, ma un abbaglio terribile fece calare le tenebre nel vostro cuore empio. Quella mattina distrusse il vostro tempio e i vostri altari, vi privò della legge e dei profeti, abolì la vostra stirpe reale e sacerdotale e trasformò le vostre feste in un eterno lutto; perché il vostro piano era fatale e crudele: sacrificare alla morte ‘il creatore della vita’ e ‘il Re dei re’»…

Oremus et pro perfidis judeis
Per Pio V la de-santificazione l’abbiamo suggerita altra volta, anche recentemente (v. Scherza coi santi), in ragione della sua attività complessiva di grande inquisitore e poi di papa, sterminatore di eretici, omosessuali, giornalisti, turchi. Ma anche la sua condotta verso gli ebrei merita speciale attenzione poiché se Pio XII tacque di fronte ai crimini altrui, Pio V ne commise direttamente, in proprio.
Nel 1569, tre anni dopo essere stato eletto papa, emanò la bolla Hebraeorum, con la quale ordinò l'espulsione degli ebrei da tutte le terre dello Stato Pontificio, eccettuate Ancona e Roma, nonché la distruzione di tutto ciò che ricordasse l'esistenza di una loro comunità, compresi i cimiteri. Gli ebrei di Bologna si trasferirono in territorio estense, portando con sé i loro morti. Le comunità ebraiche di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, sparirono per sempre. Gli ebrei che vivevano intorno a Roma dovettero riparare nel ghetto della città, già sovraffollato.
Nella stessa bolla, Pio V accusava il popolo ebreo di “deicidio” e, in più, di stregoneria: «Il popolo ebreo - si legge - il solo un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce agli inganni di Satana moltissime persone incaute e semplici» (in C. Nitoglia, Le leggi razziali).
Nel 1570, poi, Pio V introdusse nel Messale romano da lui varato una vecchia preghiera medievale modificata solo nel 1959 da Giovanni XXIII, e oggi parzialmente ripristinata da Benedetto XVI fra le proteste delle comunità ebraiche: la Oremus et pro perfidis judeis, che li accusa di cecità e prega per la loro conversione alla “vera” religione.


Un “beato” rapitore di bambini ebrei

L’ostilità verso gli ebrei caratterizzò anche Pio IX, proclamato beato nel 2000 da Giovanni Paolo II, fin dal rapimento di un bambino ebreo che viveva a Bologna, nello Stato pontificio.
Nel 1852, quando aveva un anno, essendo ammalato in modo grave, Edgardo Mortara fu battezzato di nascosto dalla domestica cattolica. Tanto bastò: cinque anni dopo la cosa si riseppe e i poliziotti pontifici irruppero in casa dei Mortara su ordine delle autorità ecclesiastiche, rapirono il bambino e lo portarono a Roma, dove fu rinchiuso in un istituto religioso fino ad età adulta, quando (questa volta di sua volontà) si fece prete. Inutili le proteste dei genitori e perfino di molti sovrani europei: per Pio IX era “scattato” il caso previsto da Benedetto XIV del battesimo legittimo anche se illecito. Nel 1858, nel Colloquio con una delegazione di ebrei romani recatasi da lui per protestare, Pio IX ebbe l’impudenza di dichiarare: «Potevo forse respingere il bambino che voleva farsi Cristiano [parliamo di un bambino di sei anni!, NdR]? Del resto, se i Mortara non avessero avuto una domestica cattolica [cosa vietata dalle leggi papali, NdR], tutto questo non sarebbe successo».
Né fu il solo caso. Nel 1864 si fece entrare con l’inganno l’undicenne Giuseppe Coen nell’ospizio dei catecumeni di Roma, dove restò fin quando uscì per farsi carmelitano nonostante le clamorose proteste e la disperazione della famiglia: una sorella ne morì, la madre impazzì.
Che ai rapimenti si accompagnasse un convinto antisemitismo è testimoniato dalle dichiarazioni di Pio IX. Fra i Discorsi ai fedeli di Roma del 1867-78, ad esempio, si trova questa invettiva: «verrà giorno, terribile giorno della divina vendetta, che [i giudei] dovranno pur render conto delle iniquità che hanno commesse»; oppure si interpreta l’episodio di Gesù che si fa aiutare a portare la croce da un Cireneo (pagano) anziché dai giudei come prova di «quanto era già stato predetto, cioè che alla depravata nazione ebrea altre nazioni sarebbonsi sostituite per conoscere e seguire Gesù».

Venti secoli di antisemitismo…
Naturalmente ci siamo limitati a questi tre papi perché si sta parlando di papi santi. Se si volesse allargare il discorso ad altri santi, non papi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si va da Agostino o Giovanni Crisostomo, che ritengono gli ebrei figli del diavolo e la diaspora un castigo per il deicidio, al celebre Ambrogio, vescovo di Milano, celebrato per il suo impegno sociale, che ascriveva a suo merito incendiare sinagoghe; da Tommaso d’Aquino, per cui gli ebrei sono stati giustamente condannati a “eterna schiavitù” e possono essere privati di ogni proprietà per i loro delitti fino a Bernardino da Siena, che ritiene i banchieri e i medici ebrei rispettivamente colpevoli di strangolare economicamente e di avvelenare i cristiani o a Carlo Borromeo, sodale di Pio V, che vietò ogni rapporto fra ebrei e cristiani per tutelare la fede e la morale.
Anche estendendo lo sguardo ai papi non santi, gli antisemiti abbondano: Innocenzo III e il Concilio Laterano IV imposero agli ebrei di portare un segno di riconoscimento; Clemente IV ribadì questa e altre vessazioni, definendoli popolo “deicida” (di “nazione deicida” parlava del resto Gregorio XVI ancora nell’Ottocento e dopo di lui Pio IX, come si è detto); Giovanni XXII fece dare alle fiamme il libro sacro Talmud, perché pieno di “esecrabili bestemmie”; Gregorio XIII assimilò la fede ebraica agli insulti al cristianesimo e alle stregonerie, deferendo la materia all’Inquisizione; Benedetto XIV accreditò l’omicidio rituale di bambini cristiani da parte di ebrei; Pio VI emanò l’Editto sugli ebrei, condensato di tutte le vessazioni, compreso l’obbligo di non uscire la notte dal ghetto. Per non dire dei papi che dal XV al XVII secolo si divertivano a vedere le corse dei giudei dove, scrive un cronista cattolico, «correvano otto ebrei nudi… favoriti dalla pioggia, dal vento e dal freddo come gli infedeli meritavano, e dopo quelle bestie con due gambe, correvano altre con quattro».

… e non solo dei “figli” e delle “figlie”
Ma a interessarci sono soprattutto le affermazioni antisemite, sulla “nazione deicida”, di Pio V e Pio IX, di Leone I e di altri papi o Concili, perché smentiscono l’idea accreditata ancora da Giovanni Paolo II nella sua richiesta di perdono del 2000 che l’antigiudaismo cristiano sia addebitabile solo a “figli” e “figlie” della Chiesa, come ha ripetuto anche Benedetto XVI nella sua visita alla sinagoga romana: «La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono». È la tesi di Giovanni Paolo II nel documento Noi ricordiamo del 1998 (corsivi nostri): «Nel mondo cristiano - non dico da parte della Chiesa in quanto tale - interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo».
Viceversa “interpretazioni erronee e ingiuste”, rispetto a quella sostenuta oggi, furono date proprio “da parte della Chiesa in quanto tale” e fu essa quindi a generare ostilità verso gli ebrei. Non solo Tommaso d’Aquino, Agostino e molti altri padri e dottori della Chiesa, ma papi e concili fecero dell’antisemitismo una dottrina insegnata ai fedeli. È di questo errore dottrinale, commesso per secoli e secoli dalla Chiesa in barba all’infallibilità, che Benedetto XVI dovrebbe oggi chiedere scusa, de-santificando i papi antisemiti – anziché limitarsi a versare lacrime per delle colpe che scarica al tempo stesso, ipocritamente, sulle spalle dei “figli” e delle “figlie”.(w.p.)
18 gennaio 2010

giovedì 7 gennaio 2010

Gli Ayatollah iraniani e la Chiesa di Lepanto

“Coloro che stanno dietro all’attuale sedizione”, ha detto un rappresentante della guida suprema Khamenei riferendosi agli oppositori del governo iraniano, “sono nemici di Dio e la legge è molto chiara su quella che deve essere la punizione”, cioè la morte.

Ayatollah cattolici di ieri…

Sono parole singolarmente assonanti con quelle che pronunciava la Chiesa fin quando durò l’Inquisizione, cioè finché i papi la sbaraccarono non certo per loro meditata scelta ma perché costretti dai prìncipi illuminati e da Napoleone (fu lui a chiudere nel 1808 i forni di Siviglia dove ancora si bruciavano gli eretici).

“Amico di Dio”, dichiarava il Santo Uffizio nel 1605, “è chi uccide i nemici di Dio”. Peggio ancora: mentre gli ayatollah iraniani definiscono la pena di morte una “punizione”, quelli italiani - con ipocrisia tutta cattolica - la definivano “un favore” fatto agli eretici “perché toglieva loro la possibilità di continuare ad abusare della grazia, aumentando le proprie responsabilità davanti a Dio” (cardinal Clemente Dolera, XVI secolo).

Anche la vendetta consumata dal governo in Iran contro i parenti degli oppositori richiama quella codificata dalle costituzioni papali che imponevano la confisca dei beni degli eretici e l’esclusione da incarichi pubblici per i “figli e i nipoti degli eretici, dei loro sostenitori, difensori e favoreggiatori” (Ad extirpanda, 1265 e sgg.).


… e di oggi

“Altri tempi” si dirà, e si dice, a chi ricorda questi trascorsi della Chiesa. Senonché la continuità con quei tempi viene continuamente riaffermata dalla Chiesa di Roma definendo, come fa il segretario di stato cardinal Bertone, “la grande battaglia di Lepanto, momento cruciale della vita della Chiesa” (3 febbraio 2008); o riportando in auge, come fa Benedetto XVI, il messale del papa che quella battaglia promosse; e soprattutto seguitando a venerare gli ayatollah di allora, elevati all’onore degli altari e indicati come “esempio”ai fedeli, cui insegnano che l’omicidio a fin di bene può essere una virtù (1).

A marcare la doppia continuità della Chiesa di oggi con gli ayatollah dell’Inquisizione e con quelli dell’attuale repubblica iraniana, sta inoltre la convinzione che tocchi al potere religioso fare e giudicare le leggi statali, benché oggi non sia più possibile al papa, diversamente che ai papi dei secoli scorsi o agli ayatollah iraniani, colpire con la morte i trasgressori. Comune ad ayatollah passati o presenti, cattolici o islamici, è l’aspirazione ad instaurare una teocrazia, indipendentemente dalle forme in cui vi possano esercitare il potere.

Giovanni Paolo II nel 1994 condannò la risoluzione del Parlamento europeo favorevole alle unioni di fatto omo ed etero in quanto conferiva valore istituzionale a “comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio”. Benedetto XVI briga ogni giorno perché in Italia non siano approvate le leggi sulla fecondazione assistita o sulle coppie di fatto, siano riviste o abrogate quelle sull’aborto e il divorzio, siano privati i cittadini della possibilità di decidere sulla propria morte. E il Vaticano si batte all’Onu per impedire la depenalizzazione dell’omosessualità e le legislazioni contro l’omofobia.

La Chiesa di oggi condivide con quella di ieri e con i fondamentalisti islamici anche la singolare concezione della libertà religiosa non come libertà per i singoli di professare la religione (o non-religione) che credono ma come diritto delle religioni a essere tutelate contro le critiche o – come disse Benedetto XVI il 4 dicembre 2005 – contro il “predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo”. Si veda a questo proposito la mozione presentata dagli stati islamici all’Onu contro la “diffamazione delle religioni” e la legge varata quasi nello stesso periodo dalla cattolica Irlanda contro la blasfemia (2).


Cattolicesimo “reale” e cattolicesimo “scalzo”

Proprio la continuità fra Chiesa del Vaticano II e Chiesa dell’Inquisizione dà fondamento al confessionalismo strumentale degli atei devoti, che tuonano in difesa dei crocifissi, o dei leghisti, che oppongono alla Chiesa “buonista” di Tettamanzi quella “crociata” di Lepanto e di Pio V, alla moschea il presepe.

La Lega, certo, mira a imporre la sua egemonia culturale sul territorio (e non solo nella fantomatica padania), e su una destra berlusconiana priva di valori. Mira quindi ad annettersi il cattolicesimo, rimodellandolo in chiave razzista, etnicizzandolo, per renderlo fruibile ai propri fini politici. Di esso tende a cancellare tutte le sfumature o i motivi “evangelici” che permettono alla Chiesa di essere “universale”, fino a ridurlo a una serie di simboli esteriori indistinguibili dai culti falso-celtici o dalla tradizione di cavalieri che bivaccano nei prati di Pontida a base di polenta e gorgonzola, sognando di navigare verso Lepanto.

E tuttavia, sia il cattolicesimo più formalmente ossequioso e supremamente indifferente degli atei devoti, sia quello più rozzo e carnevalesco della Lega, ricevono legittimazione dal Vaticano. Non avrebbero né spazio né adepti se non fossero trattati dalla Chiesa gerarchica con un silenzio fra omertoso e ammiccante, che lascia a pastori di seconda fila, o sconfessati, il predicozzo salvafaccia sull’accoglienza dei migranti e sulla moralità di “papi”, riservando ai colloqui felpati fra sua eminenza e sua eccellenza, fra Bertone e Letta, i patti che contano e che assicurano alla Chiesa privilegi economici, leggi ad hoc, o bocciatura di leggi non ad hoc; promettendo alle destre, per quanto ci si riesca, i voti delle parrocchie.

Questi accordi lasciano intravedere dietro l’ostentata chiesa “degli ultimi” quella predominante “del potere”, la chiesa intollerante e infallibile delle crociate, dei roghi, di Lepanto, della tradizione neppure scalfita dai brevi balbettii del Vaticano II; una chiesa che pur sapendo, tacendo e sfumando per non urtare troppo altre sensibilità presenti nel gregge e fra alcuni pastori, seguita a venerare santi impresentabili del passato o freschi di giornata (3); una chiesa che per non metterli o toglierli dagli altari, così confessandosi umana e fallibile (in questo e in molto altro), diabolicamente persevera nell’errore.

Quello sfrontatamente manipolato dai leghisti o dai poligami del Family day, è perciò alla fine un cattolicesimo ben più “reale” del cattolicesimo “scalzo” che gli fa da schermo ad uso dei poveri (compresi i poveri di spirito estasiati dalle beatitudini) e si traveste da nonna, come il lupo di cappuccetto rosso, “per mangiarli meglio”…

w.p.


(1) Papa Ratzinger ha definito “grande uomo di Chiesa”, di cui seguire l’esempio, S. Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, che fece arrestare in Svizzera un centinaio di protestanti, benché ivi vigesse libertà di culto, costringendoli ad abiurare con le torture e bruciando sul rogo gli irriducibili. Nel cinquecentesimo anniversario della nascita di Pio V - responsabile della strage dei valdesi di Calabria, di aver messo a morte eretici, giornalisti e gay, della crociata di Lepanto, dell’invio di truppe contro gli Ugonotti; della repressione degli anabattisti, della ghettizzazione degli ebrei -, papa Wojtyla ha auspicato che la ricorrenza “sia motivo di benedizione per tutta la Chiesa”. Benedetto XVI si è augurato che “il suo esempio e la sua intercessione” incoraggino a realizzare l’autentica vocazione cristiana.

(2) Sulla risoluzione presentata nel novembre 2009 dall’Organizzazione degli stati islamici all’assemblea dell’ONU contro “la diffamazione delle religioni” vedi www.dialogo.org. A inizio 2010 in Irlanda è stata emanata una legge per cui diventa reato punibile con multe fino a 25.000 euro la blasfemia - cioè “pubblicare o esprimere contenuti volgarmente offensivi o insultanti in relazione ad argomenti sacri a qualsiasi religione” (“La Stampa”, 3/1/2010).

(3) Citiamo fra gli esempi le beatificazioni di criminali come Stepjnac o di Pio XII, le cui complicità col regime nazista, documentate dal cattolico John Cornwell ne Il papa di Hitler, sono efficacemente illustrate sul sito “Movimento operaio” da Antonio Moscato (http://antoniomoscato.altervista.org/; vedi: Presunto silenzio, cliccabile dalla home page).

martedì 22 dicembre 2009

Scherza coi santi

Benché inflazionata da Giovanni Paolo II, che ha proclamato da solo circa 2.000 servi di Dio, 1.000 beati e 482 santi contro i 296 degli ultimi 33 suoi predecessori messi insieme, la proclamazione dei santi resta un momento centrale dell’attività magisteriale perché con essa la Chiesa impegna la sua infallibilità certificando «in forma definitiva e solenne che un cristiano cattolico è attualmente nella gloria eterna» (P. Molinari, Nuovo dizionario di diritto canonico) e indicando i santi come modelli, cosicché «i fedeli siano edificati dal loro esempio» (Codice di diritto canonico).
Da un certo punto di vista si possono quindi comprendere le proteste dei cattolici più critici, come il movimento “Noi siamo Chiesa”, di fronte al proposito, annunciato da Benedetto XVI, di accelerare la beatificazione di Giovanni Paolo II (notoriamente ostile alla teologia della liberazione, a una revisione dell’etica sessuale o del ruolo della donna nella Chiesa e indulgente con i dittatori latino-americani o con Marcinkus). Per non dire dell’altro beatificando, Pio XII, muto di fronte alle stragi naziste.
Ma non sono proteste infondate se si pensa ai tanti farabutti già elevati solennemente, nel corso dei secoli, all’onore degli altari e inclusi nel Martirologio, cioè nell’elenco ufficiale dei santi?
Per limitarci ai papi, anzi solo a qualcuno di loro, ricorderemo S. Damaso I, che nel 366 strappò il soglio pontificio al rivale Ursino con una battaglia costata 137 morti o S. Simmaco, che lo conquistò nel 498 dopo scontri violentissimi in cui “si commisero da una parte e dall’altra atrocità da cannibali” (Paolo Diacono). Santi furono fatti anche Gregorio II, che nel 717 uccise un ribelle e inviò la sua testa all’imperatore; Leone IV, che nell’849 armò e guidò lui stesso una flotta contro i saraceni; Adriano III che nell’885, dopo aver fatto accecare un suo nemico, fece trarre nuda per tutta Roma e fustigare una nobildonna a lui ostile. E, se sono ancora fermi rispettivamente allo stadio di beato e di venerabile Urbano II, che bandì nel 1096 la prima crociata, e Benedetto XII, che mandò al rogo nel Trecento una trentina di eretici, è fra i santi più venerati quel Michele Ghisleri, diventato papa Pio V, cui si deve il Messale oggi riportato in auge, insieme con la messa in latino, proprio da Benedetto XVI.
Nel 1561 il Ghisleri, quando era ancora supremo inquisitore, comandò la repressione dei valdesi di Calabria: migliaia di persone furono scannate o arse vive. Di lì a qualche anno, come papa, condannò alla decapitazione o al rogo numerosi eretici, fra cui i protonotari apostolici Paleari e Carnesecchi, mise a morte il giornalista ed editore Nicolò Franco, stabilì la pena di morte per gli omosessuali, inasprì nello stato pontificio le pene per i bestemmiatori, con criteri di classe, decretando: «Un uomo del popolo il quale non possa pagare, per la prima volta deve stare un giorno davanti alle porte della chiesa con le mani legate dietro la schiena; per la seconda volta deve essere portato per la città e fustigato; per la terza volta, gli sia forata la lingua e sia mandato alle galere» (Ranke, Storia dei papi). Inoltre, inviò in Francia proprie truppe contro gli Ugonotti, esortò Filippo II a reprimere gli anabattisti, organizzò la lega vittoriosa contro i turchi a Lepanto, relegò gli ebrei nel ghetto. La stella polare di questo fanatico, come scrisse a Filippo II, era: [con gli eretici] «non riconciliarsi mai; non mai pietà; sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore».
Al confronto di questo pluriomicida, additato da Benedetto XVI ai fedeli come esempio da imitare, o degli altri figuri sopra citati, Pio XII e Giovanni Paolo II rischiano di parere… dei santi. Sicché forse, piuttosto che impedire il loro inserimento nel Martirologio, i cattolici preoccupati per l’immagine della Chiesa dovrebbero chiedere la rimozione dallo stesso di Pio V e molti altri papi, e poi di padre Pio, di Stepjnac, del fondatore dell’Opus dei, ecc. Ma sarà impossibile, perché vorrebbe dire per il papa ammettere che la Chiesa è soggetta a sbagliare come tutte le istituzioni “umane”…
22 dicembre 2009

Post scriptum
1. Nei post sulla Via crucis mi era sfuggita - fra le prese di posizione “laiche” pro crocifisso - quella di U. Eco. Riparo, segnalando la lettera rivoltagli nel blog Il nuovo mondo di Galateailnuovomondodigalatea.wordpress.com/).
2. Mentre Benedetto XVI, avvicinandosi il Natale, ha avvertito che quella di Gesù “non è una favola”, Franco Barbero scrive nel suo blog che il racconto del Natale non ha “nulla di storico” ma è una “costruzione letteraria” e una “significativa leggenda teologica”.
3. Sempre mentre Benedetto XVI ha recentemente e ipocritamente esortato i sacerdoti a non fare politica (?!), Caffarra, vescovo di Bologna, ha confermato il carattere infestante della presenza clericale nella vita politica intervenendo con rozza violenza contro una legge della Regione Emilia che estende i servizi sociali alle coppie di fatto etero o omo. Sulla vicenda si veda il comunicato della retelaica di Bologna .
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venerdì 11 dicembre 2009

Un cattolicesimo “altro” è possibile? Qualche riflessione

La recensione così argomentata e dialogante di Gabriella Lavina Far parlare i testi (vedi in questo stesso blog) mi stimola a cercare di discutere i suoi rilievi critici riflettendo soprattutto sul rapporto, poco considerato nel mio libro, fra cristianesimo e cattolicesimo.

Cattolicesimo “reale” e cattolicesimo tout court
L’obiezione di fondo che mi viene mossa (non solo dall’autrice ma, in modo più o meno esplicito, anche da altre precedenti recensioni di cattolici critici, e in vari dibattiti) è di ridurre il cattolicesimo al “cattolicesimo reale”, ossia a quello della Chiesa gerarchica, negando la realtà di altre forme, che meno presterebbero il fianco alle mie critiche. Pur comprendendo, scrive Lavina, «il desiderio di ‘levare terreno sotto i piedi’ al ‘cattolicesimo della dottrina’, mi domando perché si ritenga di negare realtà e fondamento al cattolicesimo di Enrico Peyretti, Ernesto Balducci, Don Mazzi, Alex Zanotelli, da Peruzzi stesso citati, e di tanti altri, inclusi quelli che sono stati schiacciati dalla violenza, dall’intolleranza, dalla voluttà di potere, dal panico del clero magisteriale nei secoli. Perché non accettarne una diversa logica, una diversa pratica, e una diversa lettura dottrinale?».
Di conseguenza l’autrice ritiene che il mio lavoro «sia molto efficace nel sottrarre terreno al ‘cattolicesimo reale’… Meno, nel sottrarre terreno al cattolicesimo tout court», entro il quale fa rientrare appunto le altre forme da me non considerate.

Cristianesimo e cattolicesimo
Vorrei cominciare cercando di definire il “cattolicesimo”, ossia cosa lo distingue dal cristianesimo primitivo anzi dai molti altri cristianesimi possibili. A me pare che il suo connotato essenziale sia di essere una religione ”garantita” da autorità infallibili (papa, concilio), che si dicono investite da Dio del compito di custodire il “deposito della fede”; indicarne l’interpretazione autentica; dire ai fedeli cosa devono credere e cosa devono fare; guidare, in alleanza con il potere temporale o al suo posto, tutti cittadini, credenti o non credenti, e quindi tutta la società.
Questa religione e questa chiesa “del potere”, come la chiama Mazzi, si delinea compiutamente nel IV secolo, a partire dal Concilio di Nicea del 325, in cui si stabilisce il Credo e si condanna Ario; e diventa nel 380 religione di stato. Nel 392, con Damaso, precisa anche formalmente il proprio corpo dottrinale, sussumendo in esso – sempre in forza dell’autorità della Chiesa gerarchica – i testi della precedente tradizione ebraico-cristiana detti “canonici” ed espungendone quelli “apocrifi”. Da allora, pur fra contraddizioni profonde e mutando nelle forme, è poco cambiata nella sostanza, come nel mio libro ho cercato di mostrare.
Si tratta di un corpo dottrinale autonomo, che è altra cosa rispetto alla predicazione di Gesù, figura storicamente molto labile, secondo alcuni neppure esistita, che non ha lasciato nessuno scritto e non ha fondato il cristianesimo, probabile costruzione soprattutto di Paolo, né la Chiesa (a meno di volerla far discendere, completa di gerarchia e di dogmi, da un versetto di Matteo, interpolato o criptico). Ma il cattolicesimo è altra cosa anche rispetto al cristianesimo dei primi secoli, al quale non per caso si sono sempre richiamati i vari movimenti riformatori in polemica col papato.
Certo, come giustamente fa notare Gabriella Lavina, io “isolo” la dottrina della Chiesa di Roma da questo più ampio contesto, tagliando «fuori del campo di osservazione, tutti i legami con le radici cristiane del cattolicesimo, sia nella persona che nell’esperienza storica di Gesù, sia negli scritti evangelici, sia nelle testimonianze nel tempo di tanti uomini e donne da entrambi ispirati». Non considero il processo storico che andando da Gesù a Nicea mette capo per un verso a una nuova religione, ma porta dall’altro al conservarsi nel cattolicesimo di costanti richiami a Gesù e alle “radici cristiane”. Si tratta di richiami, usati sì strumentalmente dalla gerarchia per legittimarsi, ma vissuti come essenziali da molti fedeli e potenzialmente eversivi. Ed è vero che senza l’attenzione a tale intreccio (il che non era fra gli scopi del mio lavoro), è impossibile comprendere, nota Gabriella Lavina, i ricorrenti movimenti riformatori, quello che Mazzi chiama il “cristianesimo ribelle”. Dirò di più: diventa difficile capire come anche ambienti cattolici ligi e perfino alcuni vescovi siano più permeabili (non sempre solo per calcoli di “conquista”) a valori democratici, all’accoglienza, alla giustizia sociale, alla pace. Che sono viceversa combattuti dal cattolicesimo senza Cristo e senza Dio, come qualcuno l’ha definito, degli atei devoti, dei frequentatori di escort o dei nazileghisti.

La riforma impossibile
Ma nonostante questo forte intreccio secondo me resta vero – ed è questo il punto essenziale – che Gesù, il cristianesimo e il cattolicesimo non costituiscono fra loro un continuum, non sono tre fasi diverse di una stessa dottrina religiosa. La Chiesa formatasi nel IV secolo non è “costantiniana” (se con questo termine si intende una fase sia pur negativa ma reversibile e suscettibile di riforma del movimento iniziatosi con Gesù) ma è “cattolica”, ossia un’altra dottrina e confessione religiosa.
Ogni processo di autoriforma di questa Chiesa (quello che alcuni attendevano dal Vaticano II), ogni recupero delle radici cristiane e ogni cattolicesimo “altro” è impossibile perché implica che al primato dell’autorità si sostituisca quello della coscienza, ossia la rottura con la forma gerarchica, autoritaria e papale che costituisce l’elemento distintivo, il dna del cattolicesimo. Il suo peccato originale, da cui nessun Figlio di Dio potrà redimerlo…
Naturalmente ci sono sempre stati e ci sono anche oggi singoli fedeli, anche molti, o piccoli gruppi che vivono il cattolicesimo “a modo loro”, la pensano differentemente dal papa o non gli obbediscono e praticano di fatto un qualche cristianesimo non-cattolico, pur senza uscire dalla Chiesa o per mancanza di coraggio, o per attaccamento alla tradizione o perché pensano che solo così possono parlare agli altri cattolici, o perché l’illusione di riformare la Chiesa li induce a praticare una sorta di entrismo.
Ma tali comportamenti, come anche la storia dimostra, non possono assumere rilevanza di movimenti capaci anche solo di influire sul cattolicesimo “reale”, meno che mai di mutarlo. O restano o rientrano, pur con delle pratiche più “evangeliche” e certe aperture al “moderno”, nell’ambito dell’ortodossia e dell’obbedienza, venendo autorizzati dal papa (francescani); o diventano “altri”, indipendenti da Roma nella dottrina e nella disciplina e allora, appena cominciano a contare, saranno condannati ed espulsi come eretici, se non eliminati fisicamente (albigesi).

Cattolici “progressisti” e cattolici “altri”
Ancora oggi la più parte dei cattolici considerati “progressisti”, e che magari politicamente lo sono, e con i quali è possibile stabilire in dati casi delle alleanze, si identificano con le posizioni della Chiesa ufficiale in materia di diritti civili o di morale sessuale, e soprattutto di ruolo-guida della Chiesa nella società. Sono del tutto interni al “cattolicesimo reale” finendo per fargli da copertura di sinistra benché pongano di più l’accento sull’accoglienza o l’impegno sociale, scontrandosi con la Lega o criticando Berlusconi. Si pensi ai complici silenzi o alla complicità col papa – in tema di “guerra al preservativo”, testamento biologico, omofobia, coppie di fatto, autodeterminazione della donna e pretesa di dettare la morale pubblica o di appendere qua e là crocifissi – da parte di preti e movimenti cattolici pacifisti, per non dire di “Famiglia cristiana” o di “Nigrizia”.
Attualmente mi pare che solo le comunità di base (che solitamente si dicono cristiane piuttosto che cattoliche) o minoranze ad esse assai contigue siano veramente “altre” benché la speranza illusoria di un’autoriforma li portino a restare in una Chiesa che sarà lei stessa a espungerli , come ha fatto con la teologia della liberazione, appena dovessero darle un qualche serio fastidio.
In conclusione penso che si debba negare fondamento e realtà a un cattolicesimo “altro” perché o non è “altro” o non è cattolicesimo (ma semmai una qualche forma di cristianesimo).
Discorso diverso, che qui accenno soltanto riservandomi di riprenderlo in seguito, è quello su alcuni cattolicesimi “altri” ma in senso opposto alle comunità cristiane di base, come il cattolicesimo che il teologo Vito Mancuso si sforza di rendere accettabile a palati laici; o quello politicamente rilevante della Lega, ripropostosi in questi giorni con gli insulti a Tettamanzi: un cattolicesimo caratterizzato non dal recupero ma dalla rottura totale con le radici cristiane, in vista di diventare una religione identitaria versione Lepanto, neopagana e razzista, da far figurare fra le tradizioni padane, insieme alla polenta taragna e al gorgonzola.
Mi si permetta infine un’ultima precisazione, ad evitare un equivoco che qualche volta si è manifestato nel corso delle discussioni sul mio libro: sottolineare che il cattolicesimo è altra cosa (che va quindi preso in esame e contrastato nella sua specificità), rispetto a Gesù o al cristianesimo, non significa che io mi riconosca in questi ultimi (wp).

11 dicembre 2009

martedì 1 dicembre 2009

MINARETI

Contro il perfido Maometto…
«Si risolve in offesa del nome divino e in disonore per la fede cristiana il fatto che in alcune parti del mondo soggette a principi cristiani, dove talora separati, talora frammischiati con i cristiani, abitano i saraceni, i loro sacerdoti… nei loro templi o moschee, dove gli stessi saraceni si radunano per adorarvi il perfido Maometto, invochino ed esaltino ad alta voce da un luogo elevato, in modo che sentano e cristiani e saraceni, il nome dello stesso Maometto, recitando pubblicamente alcune parole in suo onore… Perché non siano ulteriormente tollerati comportamenti simili in offesa della divina maestà, con il consenso del santo concilio, proibiamo... tali fatti in terre cristiane. Ingiungiamo… sotto la minaccia del divino castigo, a tutti e singoli i principi cattolici, nei cui possedimenti i saraceni abitano…di eliminare dalle loro terre tutto ciò… e di curare che anche i loro sudditi facciano altrettanto».
Concilio ecumenico di Vienne (1311-12)

Contro la nazione “deicida”…
«Il santo concilio, seguendo le orme del nostro salvatore Gesù Cristo, cerca con profonda carità
che tutti pervengano alla conoscenza della verità evangelica… A questo scopo stabilisce in primo
luogo che tutti i vescovi... diano incarico a persone bene istruite nella sacra scrittura di predicare nelle località abitate dai giudei o da altri infedeli… Gli infedeli di entrambi i sessi e in età di capire siano obbligati a ascoltare questa predicazione con la minaccia di proibire loro il commercio con i fedeli o con altre pene opportune… Sotto la minaccia di pene gravi [gli ebrei] siano costretti a portare un abito che li distingua a prima vista dai cristiani… siano obbligati a abitare in luoghi separati e quanto più lontano possibile dalle chiese…»
Sessione XIX del concilio ecumenico di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma (1431-35)

Contro la libertà di culto in genere
«Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato»
Gregorio XVI, enciclica “Mirari vos” (1832)

«In questo tempo si trovano non pochi i quali… non dubitano di affermare "essere ottima la condizione della società nella quale non si riconosce nell’Impero il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica”… non temono di caldeggiare l’opinione… dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè "la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo” …»
Pio IX, enciclica “Quanta cura” (1864)

«In primo luogo notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna... La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti, senza tener conto della volontà popolare, se il popolo si dichiara cattolico…
[è invece] necessario che la società civile, proprio in quanto società, riconosca Dio come padre e creatore suo proprio, e che tema e veneri il suo potere e la sua sovranità. Pertanto, la giustizia e la ragione vietano che lo Stato sia ateo o che – cadendo di nuovo nell’ateismo – conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna indistintamente.
Dunque, dal momento che è necessaria la professione di un sola religione nello Stato, è necessario praticare quella che è unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate…»
Leone XIII, enciclica “Libertas” (1888)

«La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Infatti
si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto – che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo – di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste»
Pio XI, enciclica “Quas primas” (1925)

«Culti "tollerati, permessi, ammessi": non saremo noi a fare questione di parole… purché sia e
rimanga chiaramente e lealmente inteso che la religione cattolica è, e sol essa, secondo lo Statuto e i Trattati, la religione dello Stato, con le logiche e giuridiche conseguenze… segnatamente in ordine alla propaganda… Anche meno ammissibile ci sembra che si sia inteso assicurare assoluta libertà di coscienza... Se si vuol dire che la coscienza sfugge ai poteri dello Stato... che, in fatto di coscienza, competente è la Chiesa ed essa sola… viene con ciò stesso riconosciuto che in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica…»
Pio XI, lettera al segretario di stato (30 maggio 1929)

Contrordine fratelli
Dopo l’esito dell’aberrante referendum svizzero contro i minareti, il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, mons. Antonio Maria Vegliò, ha fatto sapere di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che ieri hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione».
Questa “svolta” della Chiesa a favore della libertà religiosa risale al Vaticano II, ossia ad appena cinquant’anni fa, dopo una storia bimillenaria che sosteneva il contrario. Ci si sarebbe quindi atteso che la Chiesa avesse onestamente ammesso di aver sbagliato per secoli professando false dottrine, che sono corresponsabili degli stereotipi antisemiti o antislamici e dell’intolleranza religiosa oggi diffusi nell’Occidente.
Al contrario Benedetto XVI, nel Discorso alla curia per gli auguri natalizi del dicembre 2008, ha avuto l’impudenza di ascrivere la libertà di coscienza al “più profondo patrimonio della Chiesa”:
«Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa. Essa può essere consapevole di trovarsi con ciò in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22,21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi… I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede… e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza... Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità ».
Così, declassate a decisioni "storiche” quelle che sono stati solenni e reiterati enunciati dottrinali di papi e concili ecumenici – dal IV al XX secolo! – si afferma che la “discontinuità” col passato di intolleranza e di repressione, ossia il vistoso dietrofront odierno, è solo “apparente”.

Minareti e crocifissi
Nel che, ossia nel ritenere che l’odierna conversione della Chiesa alla “libertà di culto” sia solo apparentemente “discontinua” col passato, un qualche fondo di verità c’è, anche se in senso esattamente contrario a quel che intende Benedetto.
La discontinuità è almeno in parte apparente perché pur affermando la libertà per tutti i culti, la Chiesa di Roma continua a voler essere “più uguale degli altri”. Così il voto contro i minareti offre occasione alla Chiesa per equipararsi vittimisticamente ai musulmani: loro per via dei minareti, i cattolici per via dei crocifissi.
"Il segretario generale mons. Felix Gmur, ha espresso ieri, a caldo, in una intervista alla Radio Vaticana, il disappunto dei vescovi elvetici per il no alla costruzione di nuovi minareti, che ha associato alla sentenza della Corte europea sui Crocifissi in Italia: «Entrambe le posizioni si basano sulla convinzione, errata, – ha spiegato – che la religione debba essere solo ’un fatto privato', e per un cristiano questo non è possibile” (“La stampa”, 30 novembre 2009).
Accostamento del tutto ridicolo in quanto un territorio – dove possono liberamente coesistere e in molti paesi del mondo coesistono sedi politiche, associazioni culturali, chiese, sinagoghe, balere, moschee – è altra cosa da un muro su cui si pretende che ci stia un simbolo solo, quello di una data religione. Cosa che appunto contraddice a quel pluralismo e a quella libertà di culto che viceversa la compresenza di campanili, pagode e minareti testimonia.
Il che mostra che la libertà di culto si offusca rapidamente nella testa di un cattolico diventando voglia di preminenza del suo culto e dei suoi simboli, usati per “marcare il territorio”.

La democrazia dei pogrom
E’ la stessa confusione (mi si consenta questa postilla fuori tema) che fanno a proposito della “democrazia” alcuni improbabili figuri come i razzisti padani o il picchiatore sanbabilino vicesindaco di Milano, quando – ringalluzziti dall’esito del referendum svizzero - invocano il libero pronunciarsi del “popolo” su moschee, minareti e crocifissi.
Nessuno ha spiegato a costoro che non si possono mettere ai voti i diritti civili e i diritti umani, come appunto la libertà di culto; che non si può effettuare un pogrom (come quello di Ponticelli, appoggiato da Bossi) anche se lo chiede il popolo; né introdurre – solo perché lo vuole la maggioranza – il cannibalismo.

1 dicembre 2009

martedì 24 novembre 2009

Il cattolicesimo reale. Far parlare i testi

recensione di Gabriella Lavina
in “il Tetto”, n. 272-73, luglio-ottobre 2009

Riporto qui un denso intervento sul mio libro di Gabriella Lavina, studiosa e docente di storia del cristianesimo, ripromettendomi di rispondere prossimamente (o almeno provare…) ad alcuni degli interrogativi critici che vengono sollevati. La recensione è apparsa sul n. 272-73 (luglio-ottobre 2009) del bimestrale “Il tetto”, diretto da Pasquale Colella, che si pubblica a Napoli dal 1964 con l’intento “di esercitare una presenza viva e critica nella Chiesa e nella società” (w.p.).

“Si è detto che per criticare la società basta descriverla. Ciò vale anche per la religione cattolica. Qui pertanto descriveremo, anzi faremo descrivere alle sue massime autorità, quel che il cattolicesimo è stato ed è realmente, specie quanto a dottrina morale, in contrasto con il cliché della religione dell’uguaglianza, della gioia, dell’amore e della vita che si usa per rappresentarlo.” Con queste parole Walter Peruzzi esordisce nella concisa presentazione della sua corposa ricerca (p. 5 ).
La scelta dell’autore è quella di offrire una nutrita mole di documenti in cui si esprime l’insegnamento del magistero ecclesiastico in rapporto al alcune questioni cruciali che, sul piano storico, confliggono esplicitamente con i concetti di uguaglianza, gioia, amore, vita così come sono intesi nella comune sensibilità.
Il volume, pertanto, si compone di tre parti, ciascuna delle quali articolata in diversi capitoli.
Nella prima si vaglia il magistero ecclesiastico in rapporto al principio di uguaglianza, esaminandone i pronunciamenti relativi a questioni scottanti quali: la schiavitù, la questione sociale, la concezione e il ruolo della donna, la democrazia, i rapporti chiesa-stato.
Nella seconda parte si esaminano analoghi documenti in rapporto alla sessualità e alle questioni ad essa correlate (piacere / verginità-matrimonio / contraccezione, ecc.) avendo come termine di paragone il concetto di gioia.
Nella terza, al fine di misurare nella concretezza storica e attraverso i suoi stessi pronunciamenti la supposta coincidenza del cattolicesimo con “la religione dell’amore e della vita”, si passano in rassegna: le molte inquisizioni, la caccia alle streghe, l’antisemitismo, l’omofobia, la difesa della guerra (“santa”, “giusta” e “di conquista”), le torture e la pena di morte, la negazione dei diritti oggi tenuti per fondamentali.
A queste tre parti fa seguito un’appendice, in cui l’autore tocca “questioni di fede” certamente centrali della teologia cattolica, quali il concetto di Dio come Caritas; il concetto della “felix culpa”, il dogma della infallibilità, la “comparsa e la scomparsa del limbo”. Conclude il lavoro una rassegna di papi fatti “Santi” (pp.467-474). Il lettore non puo fare a meno di accostarvisi - sullo sfondo del repertorio di pronunciamenti, definizioni, lezioni e comportamenti effettivi collazionati nelle pagine precedenti - percependone lo stridore intrinseco, sottolineato, se ce fosse bisogno, dalla ironia, il sarcasmo, l’indignazione – qua e là, invincibili – dell’autore, che pur aveva scelto per sé il ruolo del mediatore, militante, schierato, ma non intrusivo.

Il metodo prescelto da Peruzzi, infatti, è stato quello di lasciare parlare da sé la documentazione, raccolta e messa insieme non in rapporto a un’epoca, o a un luogo, o alla personalità, o ad un ufficio determinati, quanto piuttosto alla “questione” in oggetto (ad es. la schaivitù o l’antisemitismo, etc.), come si è detto più su. Il risultato è, secondo me, di rara potenza. E’ come se, affondata una draga nel fiume della storia, se ne fossero tratti a riva detriti in un ammasso tale, da percepirli consolidati in macigni difficilmente eludibili in operazioni di edulcoramento, evitamento o negazione. Se è vero, infatti, che uno dei cardini della scienza storica è quello della contestualizzazione di ogni documento e di una sua lettura oltremodo avvertita del rischio della “modernizzazione” o di antedatazione di una sensibilità maturata, rispetto ad esso, più tardi, è anche vero che la parcellizzazione – sia pure temporanea- cui spesso l’analisi storica induce, può spingere a percepire alcuni tratti ostici della realtà, come diluiti nella complessità della compresenza di spinte e controspinte varie. Essi acquistano invece, nella prospettiva qui prescelta, un peculiare spessore.
Come il lettore può evincere dalle pagine della ricerca, il “cattolicesimo reale” così ricostruito, ha poco a che fare – come aveva avvertito l’autore (p. 5/6)- con le “idee di giustizia, amore, uguaglianza che solitamente intendiamo come valori morali e che la tradizione identifica, a ragione o a torto, con gli insegnamenti del Cristo”.
La collazione infatti mostra con dovizia “la sequela di concezioni inaccettabili, discutibili o assurde, anche contrastanti fra loro e smentite in seguito, che papi e concili hanno proclamato nel corso dei secoli, con supponenza, come ‘verità’ e ‘valori’ assoluti” (pp. 6-7).
Chiunque avesse a fondo indagato anche uno solo dei temi enunciati, si sarebbe già scontrato con il contrasto stridente che l’autore vuole porre in evidenza. Ma la raccolta di documenti assemblata da Peruzzi, costituisce qualcosa di più di quanto, su ogni singolo tema si potrebbe produrre. Scegliendo, senza mezzi termini, il copioso accumulo, e rigettando il cesello, concentrando l’attenzione sulla “regola” piuttosto che sull’”eccezione”, l’autore dà esito a un risultato particolarmente efficace, non solo per il pubblico non specialista, ma anche per lo storico, che è stimolato ad affrontare nuovamente una mole non piccola di questioni.
Se è vero dunque che è la scala con cui lo si osserva che “crea” il fenomeno, si può anche dire che è l’obiettivo dello studio a individuare il suo metodo appropriato.

L’esito più rilevante dell’operazione fatta da Walter Peruzzi, che potrebbe essere considerato, per certi versi paradossale, è che proprio prendendo alla lettera la pretesa di immutabilità, di coerenza, di assolutezza divina dei vari insegnamenti magisteriali, ne risalta la storicità. Nello specifico di questa ricerca, è la pesantezza storica della Chiesa che balza in rilievo. Di conseguenza, la insostenibilità di una sua sostanziale immutabilità e della sua indefettibilità. Ovvero, più specificamente, il problema della “infallibilità papale”, testato attraverso il raffronto tra il modo con cui il suo magistero si è “classicamente” espresso nelle epoche passate, e l’idea – oggi apparentemente condivisa – che il cattolicesimo sia, per antonomasia, (cioè sia oggi, sia stato ieri e non possa che essere) la “religione dell’uguaglianza, dell’amore e della vita”. Il non secondario corollario di tale concezione, sarebbe quello di una sua intrinseca e inalterata continuità. In questa ricerca, le idee di identità e di continuità sono sottoposte a verifica e denunciate come “pretese”.

La storia, d’altra parte, difficilmente può essere messa a tacere, anche all’interno dei confini ecclesiastici. Ne è stato segno clamoroso, in tempi recenti, la sua articolata e complessa rivisitazione intrapresa dal papa Giovanni Paolo II, culminata nell’accorato “mea culpa” di fine millennio, in occasione del giubileo del 2000, allo scopo di “purificare la memoria”, “riconciliarsi con l’umanità” e facilitare un “nuovo inizio”. Si ricordino appena i temi, così come vengono elencati, in altrettanti capitoli, dal vaticanista Luigi Accattoli (che, in un agile studio, ne rintraccia alcune fondamentali premesse e anticipazioni): Crociate, Dittature, Divisioni fra Chiese, Donne, Ebrei, Galileo, Guerra e pace, Guerre di religione, Hus, Calvino, Zwingli, Indios, Ingiustizie, Inquisizione, Integralismo, Islam, Lutero, Mafia, Razzismo, Ruanda, Scisma d’Oriente, Storia del papato, Tratta dei neri. (Luigi Accattoli, Quando il Papa chiede perdono. Tutti mea culpa di Giovanni Paolo II, Milano, Mondadori 1997, pp.208)
Non può non colpire lo spettro dei temi addirittura più ampio rispetto a quelli trattati nel volume di Peruzzi.

Il punto su cui il nostro autore focalizza l’attenzione, tuttavia – e che non è di scarso rilievo – è che, nella impostazione di Giovanni Paolo II, pur nella coraggiosa e dolorosa ammissione di “colpa” (la cui portata teologica, la cui forza di rottura rispetto alla consuetudine non è forse valutata abbastanza o è, più probabilmente, ritenuta sostanzialmente irrilevante) sia stato lasciato da parte il problema del sostrato dottrinale che ha accompagnato molti di quei comportamenti per cui è stato chiesto il perdono. Scrive Peruzzi: “Giovanni Paolo II […] ha chiesto perdono per le colpe commesse dai ‘figli’ della Chiesa, in contrasto, a suo dire, con la santità dei suoi insegnamenti, sempre giusti, anzi infallibili ed eternamente veri” (p. 5. Il corsivo è del testo). Insegnamenti veri, giusti, infallibili e, per di più, ritenuti “conformi a un supposto ‘diritto naturale’ e che invece – aggiunge il nostro autore - contrastano col comune senso morale e ledono fondamentali diritti umani”. A dispetto dell’evidenza, la Chiesa, “non volendo riconoscersi fallibile come una qualsiasi istituzione ‘umana’ e portatrice di idee storicamente condizionate, variabili nel tempo, non ha mai ammesso di essersi sbagliata. Al contrario è ricorsa agli argomenti più sofisticati per dimostrare, come ironizza lo stesso teologo cattolico Hans Küng, che ‘o l’errore non sussisteva affatto, oppure, quando alla fine non si era più in grado di contestare, reinterpretare, minimizzare o sfumare, non c’era stata una decisione infallibile’”! ( p. 6).

Non sfugge, qui, la eco del dibattito che si è riacceso in Italia negli ultimi anni, a proposito di tutta una serie di questioni “sensibili” (aborto/uso delle cellule staminali/testamento biologico, ma anche costituzione europea e sue “radici cristiane”, etc) che hanno tagliato trasversalmente le formazioni politiche - più o meno strumentalmente preoccupate di non alienarsi le simpatie vaticane. Si è denunciata, da un lato, l’ingerenza ecclesiastica nell’autonomia dello Stato; si è riaffermato, dall’altro, il diritto della Chiesa ad esercitare il suo magistero. Non è questa la sede per entrare nel merito del dibattito politico culturale italiano. Ma su questo sfondo si colloca la dimensione militante del volume di Walter Peruzzi. Egli è chiaro: “scopo di questa ‘autopresentazione’ del cattolicesimo è mostrare come sia infondata la […] pretesa [della Chiesa] di incarnare, in un mondo dominato dal relativismo, valori morali indiscutibili e perennemente validi per tutti”. Conseguentemente, scopo del libro è altresì quello di “minar[e] la credibilità [del cattolicesimo]”. L’assunto di base – lo ripetiamo – è che “il cattolicesimo predicato e rappresentato dal papa e dai vescovi […] cioè la dottrina della Chiesa di Roma” costituisca il “cattolicesimo reale” (pp. 6-7), il suo nocciolo duro, ben più essenziale dunque delle apparenze, dei discorsi edulcorati o delle fumisterie con cui si possa tendere a confondere gli interlocutori.
Nell’affermare ciò, Walter Peruzzi, è consapevole dell’obiezione più immediatamente ricorrente, secondo cui “il cattolicesimo non si riduce alla ‘gerarchia’” (cfr. p. 7); ma, in sostanza, nega spessore alla obiezione stessa. D’altro canto, aveva fin dall’inizio esplicitato l’altro limite da lui stesso imposto a priori alla ricerca: prescindere da Gesù Cristo, su cui pur il cattolicesimo dichiara di fondarsi. Aveva chiarito, infatti che, nell’ottica scelta, quale sia il rapporto tra gli insegnamenti di Gesù Cristo e le idee di giustizia, amore, uguaglianza (che tradizionalmente gli si riconducono), da un lato, e quale sia il rapporto dello stesso Gesù Cristo con la religione cattolica dall’altro, “non […gli] interessa discutere” (p. 6).

Restiamo dunque nell’ambito del cattolicesimo reale, ovverossia della dottrina definita dalla sua gerarchia. Ci sembra del tutto comprensibile che la pretesa della infallibilità costituisca, di per sé, una sfida alla ragione e un incentivo alla sua verifica, proprio sul piano della storia. D’altra parte, come non riconoscere che precise contingenze storiche, in tempi recentissimi, al termine di un tormentato e limitatissimo concilio, in un momento di sindrome da accerchiamento del centro curiale, abbiano portato alla definizione del dogma della “infallibiltà” del suo sommo magistero, nella persona del papa che parli “ex cathedra” in tema di fede o di morale? Voglio dire, in breve, che la dottrina si dispiega su un tessuto storico che ha ben conosciuti sviluppi e ben individuate cesure, che certo, qui, non è possibile ripercorrere, ma in cui spicca, ad esempio, quella della ‘svolta costantiniana’, che pose le basi dello stretto incorporarsi tra chiesa e potere politico, di cui proprio la gerarchia costituì la cerniera. La sociologia mi sembra ci insegni che gli organismi istituzionali tendono a difendere la propria perpetuazione! Non si può dimenticare, d’altra parte, che nel pieno della cruciale battaglia della Riforma, e dunque nell’ambito della chiesa cristiana occidentale e prima della sua spaccatura, proprio al papa fu indirizzato l’appellativo di “Anticristo”! Ne accenno semplicemente per suggerire che il dibattito interno alla tradizione cristiana, sia pure con tutti i necessari “mutatis mutandis” non ha mai abbandonato la sua storia e che peculiari “anticorpi” rispetto a sviluppi “eccessivi” sono stati sempre presenti nel corpo ecclesiale, anche se non sempre alla stessa maniera vittoriosi. Una valutazione della loro consistenza e della loro funzione, tuttavia, non interessa l’autore e giustamente, dato l’obiettivo che si è prefisso e la mole già cospicua del materiale da maneggiare. Egli, però, direttamente interpella i pacifisti cattolici (ad esempio, alla p. 429): “Come è possibile che niente abbiano da dire sull’infinita serie di crimini del Dio biblico e anzi adorino un simile mascalzone?”. A mia volta vorrei domandare a Walter Peruzzi se – al di là dell’artificio retorico – si possa mai pensare di attribuire veramente a “Dio” – qualunque cosa si voglia intendere con questo ‘nome’– tutto quello che la gerarchia cattolica, nel suo delirio di autoreferenzialità e di onnipotenza, gli abbia potuto attribuire nel tempo!

Per quanto personalmente ritenga comprensibile, dunque, il desiderio di “levare terreno sotto i piedi” al “cattolicesimo della dottrina” - così come viene ricostruito dalla raccolta documentaria – mi domando perché si ritenga di negare realtà e fondamento al cattolicesimo di Enrico Peyretti, Ernesto Balducci, Don Mazzi, Alex Zanotelli, da Peruzzi stesso citati, e di tanti altri, inclusi quelli che sono stati schiacciati dalla violenza, dall’intolleranza, dalla voluttà di potere, dal panico del clero magisteriale nei secoli. Perché non accettarne una diversa logica, una diversa pratica, e una diversa lettura dottrinale? (Ma si conceda anche a noi di lasciare per il momento fuori del campo di attenzione la questione del rapporto degli uni con gli altri!)
Invero, tagliare fuori del campo di osservazione, tutti i legami con le radici cristiane del cattolicesimo, sia nella persona che nell’esperienza storica di Gesù, sia negli scritti evangelici, sia nelle testimonianze nel tempo di tanti uomini e donne da entrambi ispirati – operazione che pur abbiamo considerata come “necessaria” in rapporto agli obiettivi dell’autore - ci sembra precludere la comprensione di quei numerosi movimenti di “riforma” che, nel corso dei secoli hanno a tal punto criticato gli esiti storici del cattolicesimo gerarchico, da indurne da una parte l’arroccamento, dall’altra anche a una lenta evoluzione. “Bisogna che anche la Chiesa, alla luce di quanto il Concilio Vaticano II ha detto, riveda di propria iniziativa gli aspetti oscuri della sua storia valutandoli alla luce dei principi del Vangelo (Promemoria ai cardinali, primavera 1994)”, scriveva Giovanni Paolo II (Accattoli, cit, p. 139). E, ancora più chiaramente il suo predecessore, Giovanni Paolo I, papa Luciani: “L’unica misura per i cristiani è il Vangelo di Cristo Signore. Si dice: non si può giudicare i fatti di allora con la sensibilità di oggi. Non è un problema di sensibilità, è un fatto di verità.” (Accattoli, cit., p. 44). Affermazioni forti, ma, per chi abbia un po’ di dimestichezza con la storia cristiana, neanch’esse “semplici”, o univocamente risolte nei tempi. Un insieme impegnativo di discipline (tra cui l’esegesi neotestamentaria, l’ermeneutica biblica, la storia nelle sue varie articolazioni, ma anche l’antropologia culturale, la filosofia, le religioni comparate o la psicologia…) è chiamato, oggi, a dare il suo contributo di analisi e comprensione del Vangelo. E tuttavia anche la lettura del Vangelo “sine glossa”, ha, nella tradizione cristiana, la sua legittimità.
Ma è proprio nella consapevolezza di un alveo molto più ampio di quello individuato dal “corpus dottrinale” che può comprendersi quanto lo stesso Peruzzi scrive commentando la posizione di Peyretti: “Questa posizione che prende schiettamente atto delle contraddizioni insanabili fra il Dio biblico e il Dio dell’immaginario pacifista, è probabilmente quella di molti cattolici che di fatto si regolano come a loro pare più umano e più giusto - in materia del credito da accordare alla Bibbia, come in materia di sesso – a dispetto della dottrina cattolica” (p. 430). Addiritura qualcuno è arrivato a parlare di “scisma sommerso”, a proposito della “divisione de facto tra la dottrina ufficiale e il sentimento comune dei credenti”. (C. Augias, V. Mancuso, Disputa su Dio e dintorni, Milano Mondadori 2009, p.235, in cui si cita il filosofo cattolico Pietro Prini)
E certamente - non si può non aggiungere - l’evoluzione dei tempi e le trasformazioni culturali e politiche, consentono loro di fare così, senza correre troppi pericoli. Ancora una volta non si può prescindere dalla storia: in questo caso, quella più ampia delle vicende europee, al cui interno anche il cattolicesimo si è sviluppato, con vicendevoli condizionamenti.

Quanto ho appena accennato, mette in evidenza come, nel parere di chi scrive, - i due principali limiti imposti dall’autore alla sua ricerca, di cui si è detto più su, siano, al tempo stesso comprensibili e problematici. Per meglio dire: personalmente sono convinta che l’opera di Walter Peruzzi sia molto efficace nel sottrarre terreno al “cattolicesimo reale” così come da lui individuato. Meno, nel sottrarre terreno al cattolicesimo, tout court. In altri termini, forte della sua esplorazione, ampia quanto ad argomenti ed estesa nel tempo, e sulla scorta della documentazione messa in luce, a buona ragione Peruzzi pone la questione esplicita (e che certamente ha sostenuto la sua fatica): “Come possono vantarsi maestri infallibili e pretendere obbedienza, quando intervengono su coppie di fatto, omosessualità o eutanasia, divorzio, procreazione assistita, contraccezione o aborto, quelle ‘guide cierche’ che hanno sbagliato o indotto in errore per secoli i ‘fedeli’, o ancora li inducono in errore, in tema di rapporto fra chiesa e stato […etc.]”? (p.7).
Ma allora, il tema di fondo, qui esplicitamente portato in primo piano, diventa quello della ‘obbedienza’. Pretesa con tanta più insistenza quanto più in presenza della ricorrente tentazione di procedere per accordi tra vertici istituzionali, restaurando il reciproco sostegno tra poteri: religioso e politico. L’impegno di Peruzzi va nella direzione di escludere tale obbedienza in toto, mostrando l’inaffidabilità di chi la pretende. Ma la domanda veramente centrale, nel parere di chi scrive, (anticipata, per chi sia o intenda restare cattolico dal prezioso piccolo testo di Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù) è: l’obbedienza a chi, a cosa è dovuta? perché? E in quale ambito?

In questa chiave, il grande contributo che il lavoro di Walter Peruzzi offre, soprattutto ai cattolici che abbiano la forza di leggerlo fino in fondo, è un aiuto per dissipare la propria assai probabile “dissonanza cognitiva”. Soprattutto attraverso il fatto che – torno a sottolineare quello che a me sembra il principale esito di questo lavoro, che potrebbe anche apparire paradossale - proprio prendendo alla lettera la pretesa di immutabilità, di coerenza, di assolutezza divina dei vari insegnamenti del cattolicesimo reale, ne risalti, indiscutibile, la storicità.
Mi domando però se, per quanti sono fuori dalla suggestione che vi sia una qualche impronta “divina” nella storia del cattolicesimo, e sono al tempo stesso consapevoli di altri esiti “reali” pur innestati da premesse luminose, (non può non cogliersi l’assonanza tra “cattolicesimo reale” e il “socialismo reale” che tante questioni a sua volta suscita), il “macigno” di cui si è parlato, lungi dall’essere semplicemente “liquidato” o “aborrito”, non ponga una questione d’interesse in più, e non richieda d’essere attentamente studiato, tanto più quanto più prodotto umano, per coglierne la dinamica di costituzione ed essere avvertiti dei rischi sempre incombenti dell’abuso di potere e della tirannia. (Nihil humani a me alienum puto!). In altri termini, se la vicenda del cattolicesimo non abbia qualcosa da insegnare anche a chi voglia ripudiarlo in tutto. La parabola cattolica mostra che quanto più un’istituzione s’incentra sul potere e lo va sostituendo alla intrinseca autorevolezza, finisce col sopprimere qualunque forma di dissenso, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo.
E’accaduto nel cattolicesimo e in altre chiese cristiane. Ma è accaduto qualche decennio fa in Europa, in varie forme di ‘totalitarismo’. In termini laici parliamo di tirannia. In termini religiosi di idolatria. In ambito cattolico, vi sono punti del corpus dottrinale che ne restano, quando non in contraddizione, in forte tensione dialettica. (Mi riferisco al ‘primato della coscienza’, senza il quale non si potrebbe, a rigore, nemmeno parlare di “peccato”, che è in tensione con il principio di ‘autorità’, e dunque con la richiesta di obbedienza). In altri casi è la dimensione della dignità e della responsabilità personali a sostenere la capacità di resistenza ad una ideologia totalizzante, che ne pretenderebbe il sacrificio (mi viene alla mente, in proposito, il bel libro di Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, Milano, Garzanti 2004). Il cattolicesimo è arrivato a tanto, quando la sua gerarchia ha preteso di rappresentare Dio in terra. Ma la cancellazione del nome di Dio non ha garantito l’umanità da analoghi soprusi ed orrori.

Ho forse divagato troppo. Eppure troppo poco rispetto alle riflessioni che il volume di Walter Peruzzi sollecita. Alla fine, mi sembra che oltre a “sottrarre terreno” al cattolicesimo, reale o immaginario che sia, il lavoro di Peruzzi sottragga terreno alla pervicace ignoranza o volontà di ignoranza; alle mistificazioni e alla compiacenza nei loro confronti, alla pigrizia intellettuale che le fa accettare come vere; al rifiuto di confrontarsi con la verità della storia, o di ricercare con perseveranza la verità, rinunciando alla pretesa di possederla e tanto meno di possederla una volta per tutte e resistendo, in ogni caso, alla tentazione di imporla. Tutto questo significa, a prescindere dalle convinzioni di fondo di ciascuno, ampliare l’area della consapevolezza e rinforzarne la capacità di valutazione e di discernimento. Ed è tutt’altro che poco. [G.L.]